Al Teatro Stabile di Catania in scena “Il birraio di Preston” di Andrea Camilleri con la regia di Giuseppe Dipasquale – Teatro Verga dal 6 all’11 gennaio 2026 – Caltagirone Oggi – l'informazione del Calatino sempre aggiornata

Al Teatro Stabile di Catania in scena “Il birraio di Preston” di Andrea Camilleri con la regia di Giuseppe Dipasquale – Teatro Verga dal 6 all’11 gennaio 2026

redazione caltagirone

Al Teatro Stabile di Catania in scena “Il birraio di Preston” di Andrea Camilleri con la regia di Giuseppe Dipasquale – Teatro Verga dal 6 all’11 gennaio 2026

sabato 03 Gennaio 2026 - 13:05
Al Teatro Stabile di Catania in scena “Il birraio di Preston” di Andrea Camilleri con la regia di Giuseppe Dipasquale – Teatro Verga dal 6 all’11 gennaio 2026

Prosegue la stagione “Il potere dei sogni” del Teatro Stabile di Catania, che aprirà il 2026 con lo spettacolo “Il birraio di Preston” tratto dal romanzo di Andrea Camilleri, pubblicato da Sellerio editore, con la riduzione teatrale di Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale, e la regia di Giuseppe Dipasquale.

In scena una compagnia formata da Edoardo Siravo, Federica De Benedittis, Mimmo Mignemi e con, (in o.a). Gabriella Casali, Pietro Casano, Luciano Fioretto, Federica Gurrieri, Paolo La Bruna, Zelia Pelacani Catalano, Valerio Santi, Vincenzo Volo.

Lo spettacolo, che sarà in programma alla Sala Verga da martedì 6 a domenica 11 gennaio, è una produzione di Marche Teatro con il Teatro Al Massimo di Palermo e il Teatro di Roma.

Il birraio di Preston rientra tra gli eventi che celebrano in Italia per tutto il 2025 il Centenario della nascita del celebre scrittore Andrea Camilleri.

È in programma, inoltre, l’incontro della Compagnia con il pubblico al Ridotto del Teatro Verga che si svolgerà giovedì 8 gennaio 2026 alle 18.30.

Giuseppe Dipasquale, nelle sue note di regia, scrive: “La vicenda del romanzo è una vicenda esemplare per raccontare oggi la Sicilia. L’eterna vacuità dell’azione siciliana, che spesso si traduce in un esasperato dispendio di energie per la futilità di un movente, è la metafora più evidente del romanzo. Ma quando mi sono accostato alla prima lettura, una sensazione, che è rimasta intatta anche dopo, prese subito corpo: la Sicilia narrata da Camilleri aveva concluso una elaborazione storica del suo lutto. Si era consumata definitivamente una geremiade antropologica e culturale di dannare e dannarsi per il proprio destino di vittime. In un esempio sublime e divertito di narrazione dei caratteri la Sicilia e il suo mondo, come i suoi personaggi, venivano narrati sotto una luce solare, piena di *nuances* e vivida di colori. Non più la Sicilia delle madri, del dolore e della eterna dominazione dello straniero, ma quella del germe, futile e divertente ad un tempo, del paradosso siciliano: vivere della disdetta della propria natura, ed in più, riderci sopra. Questo è quello che subito mi aveva affascinato. Ed è questo quello che mi rimaneva da raccontare in una messinscena. Non più la Sicilia delle lacrime che piange sulla sua inconsolabile tragedia, ma una Sicilia ironica e distaccata che riconosce finalmente di essere essa stessa causa del suo male, e di rintracciarne i germi in una prassi naturale al paradosso. Ciò non significava disconoscere il movente di un lutto legittimo e storico, ma, finalmente, non lamentarne più astrattamente la mancata soluzione. Con la vicenda di Camilleri sparivano di colpo dalla mia memoria gli adagi del mondo offeso, del siamo come dei e via discorrendo. Era come se si fosse compiuta, sullo specifico tema Sicilia, grazie anche a scrittori come Vittorini e Tomasi di Lampedusa, una catarsi che, per corso naturale, aveva illuminato il lato comico di quell’atteggiamento”.